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MACUGNAGA - 21-06-2022 -- Fabrizio Manoni e Andrea Lanti aprono una nuova via diretta sul “triangolo” della Jazzi. A raccontarci nella nuova impresa dell’alpinismo ossolano sul Monte Rosa è Paolo Crosa Lenz.

Il Monte Rosa, la seconda montagna più alta d’Europa, è simbolo degli intensi cambiamenti climatici in atto sulle Alpi. I suoi poderosi e storici itinerari glaciali (il “canalone Marinelli”, la “via dei Francesi”, la “Brioschi”) hanno mutato il loro terreno di scalata e, in estate sono impercorribili. Eppure il Monte Rosa riserva ancora terreno per nuove imprese alpinistiche.  Così il 15 e 16 giugno, due alpinisti ossolani (Fabrizio Manoni e Andrea Lanti) hanno tracciato un nuovo itinerario di scalata a “goccia d’acqua” sul Triangolo della Jazzi.

La Cima Jazzi (3804 m) appare come la cima più alta dopo le quattro punte del Rosa se vista da Macugnaga. Dopo la Nordend infatti la linea spartiacque si abbassa allo Jagerhorn e ai Fillar per poi rialzarsi solenne a questa montagna dalla vetta piatta e orlata da una candida cornice. Il versante est precipita grandioso per 1600 m sui pascoli alti di Macugnaga: il toponimo tipicamente walser, col significato di “ricovero notturno del bestiame”, deriva dall’alpe Jazzi alla base.

Il “triangolo” costituisce una delle più classiche e impegnative salite su roccia del Monte Rosa. Fu salita il 28-29 giugno 1959 da due cordate guidate da Mario Bisaccia e dalla guida alpina di Macugnaga Pierino Jacchini.

L’itinerario sale al centro la grande parete triangolare di roccia rossiccia che scende sul versante orientale e si origina a 3428 m. Il “triangolo” è la metà superiore della parete, verticale e di roccia abbastanza solida. I primi salitori impiegarono otto ore per i 300 m del triangolo verticale con l’uso di 22 chiodi e due cunei. La via fece eco per l’arditezza di concezione e le difficoltà superate (passi di VI e lunghi tratti in artificiale). Divenne una via temuta e ambita che tuttavia vide solo due ripetizioni in tredici anni e la prima invernale diciassette anni dopo. Il “triangolo” tornò a far parlare di sé con le imprese di Fabio Jacchini, figlio di uno dei primi salitori (una solitaria nel 1985, una salita di “alpinismo atletico” nel 1992 e una solitaria invernale nel 1990). Poi per oltre trent’anni la montagna fu dimenticata.

Oggi Fabrizio Manoni, non più giovane ma sempre fortissima ed entusiasta guida alpina, e Andrea Lanti, che ha superato il difficile percorso di accesso al corso guide, hanno dimostrato che l’alpinismo sa sempre rigenerarsi, specialmente quest’anno che celebra i 150 anni della prima salita della Est del Monte Rosa (1872).  I numeri del nuovo itinerario sono essenziali: 600 metri di parete, 13 tiri, difficoltà massimo di 7° e  7a obbligatorio. Una giornata di coraggio e sofferenza. Racconta Fabrizio Manoni: “La classica del 1959 percorre nella prima parte il canale centrale, facile ma piuttosto pericoloso, poiché vi convergono tutte le scariche di pietra che cadono dal versante. La mia intenzione era quella di aprire una nuova via che nella prima parte seguisse lo sperone, più sicuro dalle scariche, che delimita a sinistra il canale centrale. Poi su, nel centro della parete. Lungo i tiri pochissime protezioni fisse e questo rende l'itinerario impegnativo anche dove i gradi sono semplici. E il nostro itinerario è chiodato "lungo" dall'inizio alla fine. Sul facile molto lungo, tipo 2 o 3 fix su 60 metri, ma anche sul difficile occorre essere padroni del grado. Insomma pur con qualche fix la via mantiene la sua natura avventurosa che necessita intuizione ed esperienza nell'integrare con protezioni mobili. La via in sostanza devi intuirla e cercarla. Al secondo tiro ho fatto uno dei tre "voli" più lunghi della mia vita. Stavo forzando in arrampicata libera un piccolo strapiombo.

Non riuscendo a piazzare ne friends ne chiodi ho deciso di desistere e mettere un fix. Mentre estraevo dallo zainetto il trapano, l'appiglio su cui mi tenevo con la mano destra si è staccata di netto. E sono precipitato dallo strapiombo a testa in giù e con il trapano in mano. Un microfriend ha trattenuto la mia caduta. Ma intanto mi ero fatto diversi metri ed atterrato sulla placca che avevo scalato qualche minuto prima. Sangue ovunque. I polpastrelli dell'anulare sinistro e del medio destro si erano aperti lasciando uscire sangue in modo copioso. Ma ho capito che potevo proseguire poiché non avevo rotto nulla. Il resto del triangolo è stata un'avventura verticale assoluta”.

Così, mentre Fabrizio Manoni si sta “leccando le ferite”, una nuova pagina della storia alpinistica del Monte Rosa è stata scritta. Chissà cosa ci riserverà l’estate.

Paolo Crosa Lenz

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