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panelatte bocchette vigezzo fabbri

VCO- 03-10-2021-- Questa escursione non è nuova per il nostro gruppo. Nelle occasioni precedenti c’era la ciliegina sulla torta, chiamata anche Pizzo Ruggia. Più che una ciliegina una “mazzata”. Oggi cambiano l’età, la compagnia, l’allenamento, le condizioni meteorologiche e, nella parte finale, il percorso. Dopo una vacanza oziosa avevo chiesto agli amici una gita tranquilla, ma non è stato proprio così.

GITA N. 42 - PANELATTE E BOCCHETTE ALTE DI VIGEZZO

GIUGNO 2021

Dislivello: 1150 m. Tempo totale: 5 h 45’. Sviluppo: 15 km.

Caffè a Druogno e, in nove, parcheggiamo alla partenza della seggiovia poco dopo Arvogno, quota 1200. Le previsioni di Meteosuisse danno pioggia solo nel pomeriggio, ma così non sarà. Come noi, anche i fratelli svizzeri non sono più quelli di una volta. Ci avviamo nonostante la totale assenza di badanti. E se ne vedranno gli effetti. Loro sono decisamente più sagge e prudenti. Oggi, insieme agli anziani inconsolabili, l’unica rappresentante femminile è la piccola Asia.

 

Scendiamo lungo la strada asfaltata ad attraversare l’aereo ponte sul Melezzo ed imbocchiamo la stupenda mulattiera, una delle più lunghe del nostro territorio. Torniamo brevemente sull’asfalto per attraversare, su un altro aereo ponte, il Rio Verzasco. Appena prima del ponte, in corrispondenza di un cartello di divieto di sosta, incontriamo una vacca solitaria legata alla ringhiera e ne deduciamo che il divieto si riferisce solo ai mezzi motorizzati. Raggiungiamo rapidamente l’Alpe Verzasco, 1393, dove due lumache in mezzo alla mulattiera sembrano volerci dire che è in arrivo la loro beneamata pioggia. Non recepiamo il segnale e proseguiamo nel bosco fino all’Alpe Villasco, 1644, dove, vicino alla fontana, facciamo colazione.

 

Camminiamo da poco più di un’ora. A quota 1844, al bellissimo alpeggio de I Motti, inizia a piovere. Il nostro esperto decano si arrabbia con la sua auto che è rimasta a Verbania con l’ombrello nel baule. Una semplice mantella non basta a riparare le sue vecchie ossa e così, saggiamente, decide di rientrare con il suo autista odierno. In sette proseguiamo, mentre l’intensità della pioggia diminuisce, e raggiungiamo la Cappella di San Pantaleone, 1992, che offre per qualche minuto un riparo ai viandanti. Puntiamo a nord ovest (sinistra) ed arriviamo al bellissimo laghetto di Panelatte, 2062 (poco più di un’ora da Villasco). Un runner, per scaldarsi, sale di corsa alla Forcola di Larecchio, 2148, ma quasi non ce ne accorgiamo. Torniamo rapidamente a San Pantaleone, passando dal Passo di Fontanalba, 2024, e dal mini-laghetto sottostante. Visto che, al momento, non piove e che è ancora presto, si decide di allungare un po’ il giro, alla faccia della gita tranquilla.

 

Puntiamo decisamente a sud est sul bel sentiero della GTA abbassandoci gradualmente di un centinaio di metri per poi recuperarli risalendo alla Bocchetta di Ruggia, 1992 (un’ora dal lago). In questo tratto, pochi minuti dopo che uno di noi ha dichiarato che “il tempo è clemente”, si scatena una tempesta di pioggia e grandine, con vento forte che rende problematico l’uso degli ombrelli. Pungolati dalla splendida giornata, scendiamo veloci all’Alpe Ruggia, 1888, e troviamo un comodo e prezioso riparo all’esterno di una delle baite, in prossimità del più grande dei tre laghetti di Muino (o Moino). Approfittiamo della pausa per mangiare qualcosa, mentre smette di piovere per la seconda volta.

 

Sotto qualche timido sprazzo di sole, passando dal rifugio Emilio Greppi, chiuso, risaliamo alla Bocchetta di Muino, 1974 (tre quarti d’ora dalla Bocchetta di Ruggia). Quanto al rifugio chiuso, se non ci si può “rifugiare” in caso d’emergenza, non lo chiamerei più “rifugio”. Ma è un’italica vecchia storia. Alla bocchetta c’è il monumento allo spallone di Davide Allesina e Aurelio Montanari. Da qui si potrebbe scendere direttamente ad Arvogno, senza più risalite, passando dagli alpeggi di Sdun e Cortina. Ma è ancora presto.

 

Cosa saranno mai cento metri di risalita? E poi è da tanto che non passiamo dalla Piana di Vigezzo (qualche mese!). E così via. La mia autorità nel gruppo è sempre più flebile. Non ho più energie sufficienti per impormi. E’ così che si scende alla Piana, 1725, (tre quarti d’ora), si risale alla Cima, 1803, e, passando dall’Alpe La Colma di Dentro, si scende, lungo un umido e ripido sentiero nel bosco, ad Arvogno, 1247 (un’ora e un quarto). Per la terza volta inizia  a piovere, anzi a diluviare, ma gi autisti vanno a recuperare le auto risparmiando a due anziani l’ultimo tratto di asfalto. L’immancabile birra al bar di Arvogno conclude in bellezza la gita “tranquilla”.       

Gianpaolo Fabbri

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