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michele masneri

STRESA - 04-08-2021 -- Terzo appuntamento, questa sera alle 21,15 all’hotel Regina Palace, con gli autori finalisti del Premio Stresa di narrativa. Questa sera tocca a Michele Masneri, che con il suo “Steve Jobs non abita qui” porta il lettore nel mondo della silicon valley. Di seguito ne proponiamo la recensione.

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Come in una serata tra amici in cui il padrone di casa propone di vedere alcune diapositive di San Francisco, Michele Masneri racconta le tappe del suo viaggio dentro la Silicon Valley, in una lettura ricca di minuziosi particolari.

L’America del popolo degli “startuppari”, come li definisce l’autore, è un mondo nel mondo una sorta di Vaticano di altra fede, completamente indottrinato.

L’autore entra in un affondo cronistico raccontando una Nazione, gli USA, in un continuo e spasmodico rinnovamento fine a se stesso.

Attraversa, come un reporter, i luoghi fisici dove sorgono le nuove frontiere della comunicazione di Airbnb, Uber, WhatsApp analizzando anche i risvolti psicologici ad esse collegati.

Cammina avanti nella storia di questo millennio portandoci indietro nel primo Novecento come volesse trasmetterci quello che è cambiato nel tempo ma soprattutto tutto quanto è rimasto tale e quale, con ragioni societarie mutate.

Quello che in Europa è sparito dalla notte dei tempi, come le drogherie, in California esiste ancora per i “travet” di San Francisco, come indica l’autore.

La rete, la grande chiesa dell’amore on line, i coding, i processi di nerdizzazione, tutto è business plan in California; tutto è “googlare”di giorno e mangiare e andare a dormire la sera.

Mark Zuckerberg apre a nuove considerazioni ed è la prova tangibile del concentramento innovativo “ siliconvallico” proprio a Palo Alto, dove si trova la casa memoriale di Steve Jobs.

Il cibo è l’unica ricognizione che identifica le differenze all’interno di complessi edifici architettonici che governano i nostri bisogni primari in rete.

Sapere che dal 1964 la capitale dei gay d’America è San Francisco spiega il “poliamorismo” contemporaneo, quello che si scopre leggendo però è tutta un’ altra storia che condiziona le nostre buone e sane abitudini, non solo alimentari.

Per essere più cool ci dimentichiamo che potremmo essere meno “un cool”, come ci ricorda la storia di Herbert Hoover, il trentunesimo presidente degli Stati Uniti d’America, primo laureato dell’Università di Stanford, in California.

Scoprire che Milano, la Capitale del design, appartiene ad un’ epoca lontana lascia sconcertati così come i teatri di marmo di Carrara che alimentano l’autoreferenzialità dei colossi dell’hardware.

Forse è solo la consapevolezza che la magia delle luci d’America ha aperto allo sviluppo dell’era della mitomania mondiale, come scrive Michele Masneri.

La prima persona del pronome possessivo della lingua italiana ha preso il sopravvento in questo tempo “covidiano” ma la città di San Francisco ci insegna che nessuno spirito libero, indipendentemente dalla razza, dall’orientamento sessuale e dalla religione, potrà mai essere chiuso per sempre in una stanza multimediale.

Monica Pontet*

*docente, scrittrice pubblicista